James Blake non è il classico musicista che si lamenta su internet.
È uno degli artisti più influenti della sua generazione. Cantautore, produttore, vincitore di Grammy e Mercury Prize, negli ultimi quindici anni ha contribuito a definire il suono di una parte della musica contemporanea lavorando con artisti come Beyoncé, Kendrick Lamar, Frank Ocean, Rosalía e Jay-Z. James Blake è uno di quelli che il sistema lo conosce dall’interno. Lo ha attraversato, lo ha sfruttato e ne è stato sfruttato.
Per questo, quando dice che l’industria musicale sta diventando una gigantesca macchina che premia la viralità più dell’arte, forse vale la pena ascoltarlo. Negli ultimi anni Blake ha criticato apertamente piattaforme, etichette e algoritmi, sostenendo che oggi molti artisti siano costretti a inseguire TikTok, engagement e trend invece di concentrarsi sulla musica. Secondo lui le major aspettano che un artista diventi virale prima ancora di investire realmente su di lui.
La sua non è soltanto una battaglia economica. È una critica culturale.
Perché se il successo dipende dalla capacità di occupare un feed, allora la domanda non è più “questa musica è bella?” ma “questa musica genera attenzione?”.
E qui il discorso esce dalla musica.
Perché lo stesso meccanismo lo vediamo ovunque.
Influencer costruiti attorno a metriche che nessuno verifica davvero. Celebrità trascinate da ondate di consenso o di odio che sembrano spontanee ma spesso sono amplificate artificialmente. Politici che misurano il proprio peso attraverso interazioni e trend. Persino i casi di cancel culture finiscono spesso per essere raccontati come guerre di tifoserie digitali più che come discussioni sui fatti.
Il problema non è che esistano manipolazioni.
Le manipolazioni sono sempre esistite.
Il problema è che stiamo perdendo la curiosità necessaria per riconoscerle.
Quando tutto può essere manipolato, il valore più importante diventa la curiosità.
Perché il pensiero critico nasce da lì. Nasce dalla voglia di verificare, confrontare, dubitare. Se perdiamo quella curiosità, allora qualsiasi algoritmo diventa potente. Non perché sia intelligente, ma perché trova persone che hanno smesso di farsi domande.
E qui arriva il paradosso.
Molti propongono di limitare i social. Alcuni Paesi hanno introdotto restrizioni per i minori e normative sempre più severe sull’utilizzo delle piattaforme digitali. Ma siamo sicuri che il problema sia la tecnologia?
Perché a un certo punto la domanda diventa scomoda: stiamo proteggendo le persone o stiamo dando per scontato che non siano più in grado di distinguere il vero dal falso?
Se vietiamo, da quale età? Se regolamentiamo, fino a che punto? Se eliminiamo i social, cosa facciamo con un mondo in cui il digitale è ormai intrecciato con il lavoro, l’informazione, le relazioni e persino la politica?
Forse la risposta non è bannare.
Forse la risposta è insegnare.
Insegnare a riconoscere una manipolazione. Insegnare a distinguere un’opinione da un fatto. Insegnare che avere accesso a tutte le informazioni del mondo non significa automaticamente capire il mondo.
Perché il vero rischio non è che Internet ci stia mentendo.
È che noi stiamo smettendo di fare le domande giuste.